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in morte di Eugenio Scalfari

Ho iniziato a leggere La Repubblica quando facevo le superiori, nella metà degli anni ottanta. Studiavo dai Salesiani ma non avevo mai percepito quell'ambiente come opprimente, tutt'altro. Leggere un giornale di sinistra che non portava avanti l'ideologia della falce e il martello ma quella di una società più giusta, progressista e libertaria mi sembrava quasi naturale. Questo giornale,a soprattutto il suo fondatore, mi hanno accompagnato per tutta la vita. Dopo il passaggio di testimone da direttore aspettavo la domenica per leggere gli editoriali di Scalfari come fosse una messa laica e mi beavo delle sue analisi della vita politica italiana e mondiale e delle sue divagazioni filosofiche e religiose. Negli ultimi tempi aveva sviluppato un teismo affascinante, sicuramente frutto dell'età avanzata ma soprattutto di decenni di studi approfonditi e appassionati. Diceva che l'Essere è divino e che mutando, la sua energia incarna e infonde tutte le cose e gli esseri viventi. Quando si muore questa energia che ci apparteneva si libera per tornare ad essere parte di qualcos'altro, a sua volta divinamente parte dell'Essere. Ora è così anche per lui. 
Magra consolazione per chi, come me, si sente da oggi ancora più solo, in un mondo dove tutti si preoccupano di parlare alla pancia della gente e ormai nessuno di parlare alla testa.

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